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CELTI, GUERRIERI DELLA MADRE TERRA
I
Celti: da molti anni questo antico popolo con
le sue tradizioni, cultura, religione e leggende
ha affascinato tutti per la sua singolarità. Di
recente alcuni studi comparativi hanno messo in
luce una enorme quantità di similitudini linguistiche
e religiose tra culture differenti come quelle
irlandesi, scandinave, dell’India e del nord Africa.
Tra l’altro sembrerebbe che gli stessi Druidi
celti abbiano molto in comune con gli sciamani
dell’est europeo e con i bramini indiani. Nel
libro di Iman Wilkens “Where Troy Once Stood”
viene riferito che persino alcuni nomi ritornano,
pressochè identici, tra oriente e occidente. Uno
scambio culturale su così larga scala geografica
deve aver preso molti secoli per svilupparsi,
attraverso il mediterraneo o via terra per le
pianure russe. I celti sarebbero dunque giunti
in Inghilterra e Irlanda in parte via terra, sbarcando
poi sulle coste atlantiche delle terre britanniche
attorno al 1500 a.C. Altri celti invece sarebbero
giunti via mare, navigando da oriente a occidente
in cerca di stagno e legno.
Gli stessi “Figli di Mil” che secondo al leggenda
sarebbero i diretti antenati degli irlandesi avrebbero
vissuto a lungo nella Scizia, a est dei monti
Carpazi e del fiume Don. Nell’800 a.C. le popolazioni
scite di ceppo celtico erano dedite al nomadismo
e all’allevamento di cavalli. Narra una leggenda
che in quel periodo un serpente morse Gaedhuil,
che era il nipote di Fenius, re dei celti. Fenius
portò il ragazzo ferito da Mosè, che lo guarì
con il suo bastone miracoloso capace di lenire
ogni malattia, e gli consigliò di trasferirsi
più a occidente, dove avrebbero trovato un isola
in cui non esistevano i serpenti (l’Irlanda è
nota ancora oggi per questa caratteristica). Che
la leggenda sia storicamente attendibile o meno,
indica però un sicuro contatto tra popolazioni
celtiche e semitiche nell’area del sud-est europeo
in tempi remoti, e confermerebbe l’ipotesi della
lenta migrazione dei celti, migrazione che porterà
idee e fondamenti culturali celtici in tutta europa.
Così, nel loro lungo viaggio i celti diedero nuovi
nomi a posti preesistenti, persino a città e continenti.
Ad esempio il nome della città di Lione deriva
da quello del dio Lugh, Marsiglia da Massalia
e così via.
Per
gli antichi greci i celti erano gli equivalenti
degli Iperborei, il popolo del nord Europa dove
Apollo si recava ogni inverno. Erotodo parla delle
terre dei celti che stanno “Al di là delle colonne
d’Ercole”, mentre Aristotele affermava che in
tempi passati – prima del grande impero romano
– i celti avevano addirittura battuto Roma stessa.
Ellenico di Lesbo descrive i celti come un popolo
giusto e che applicava la giustizia, mentre Platone
al contrario li definiva “litigiosi ubriaconi”.
È vero che nella cultura celtica il pasto era
non solo un momento di riunione della collettività
ma anche una occasione per lanciare sfide e iniziare
duelli cruenti, e che spesso tali sfide erano
favorite dall’abbondante uso di birra, ma è pur
vero che nelle dispute civili e nell’amministrazione
dei beni comunitari i celti erano senza dubbio
una popolazione all’avanguardia per l’epoca.
Non a caso i celti, prima dell’avvento dell’Impero
Romano, avevano conquistato mezza Europa: Spagna,
Francia, isole britanniche, la valle del Danubio
e la pianura Padana, conquistarono l’Illiria mentre
con i i greci giunsero a patti. Lo stesso Alessandro
Magno preferì averli come alleati. Dovunque arrivassero
i celti portavano civiltà, arte artigianale, religione,
scrittura, stabilità sociale, e in Europa formavano
sempre la casta dominante e aristocratica. La
religione dei celti, devoti alle forze naturali
e alle divinità ancestrali, viveva la reincarnazione
come una realtà quotidiana e il rispetto della
natura come una parte fondamentale della propria
esistenza. I loro templi, affermavano i letterati
greci sgomenti e un pò disgustati, erano semplicemente
degli spiazzi o radure nei boschi con un semplice
altare di pietra, o al limite qualche pietra posta
in circolo, senza nessuna velleità architettonica.
D’altro canto i celti sostenevano che nessun tempio,
per quanto ricco e finemente ornato, poteva essere
ospitale per un dio più della grandezza del cielo
e della vastità della terra. Non va fatta confusione
a questo punto con strutture britanniche più complesse
– come la stessa Stonehenge che all’origine era
una costruzione molto grande e articolata – perché
non furono i celti a costruirle. A proposito di
Stonehenge i celti confessarono ai primi romani
giunti in Inghilterra che quando i loro antenati
arrivarono in quelle terre “trovarono Stonehenge
già fatta”, non si sa bene da chi e da quanto
tempo. Ovviamente poi incorporarono il santuario
di pietra nei loro riti naturalistici e non è
escluso che altri cirocli di pietra – più piccoli
e di fattura più semplicistica – vennero fatti
in seguito per imitazione.
BARDI, BANFAITH E BERSERKER
I Bardi nella società celtica erano cantori e
poeti, ma anche iniziati di vari livelli: dal
novizio o apprendista “Mabinog” fino al più anziano
e saggio capo druido, un grado noto col termine
di “Penderwydd”.
I Bardi non erano semplici poeti e basta: si narrava
che per loro lo studio dei canti e delle parole
in rima facesse parte di un apprendistato magico,
e che fossero dotati di terribili poteri. Nel
classico finlandese Kalevàla si descrivono le
arti magiche di un bardo, un ragazzo a nome Väinämöinen
che con i suoi canti riusciva a compiere incredibili
prodigi. Il testo recita: “Lasciamo che la gente
conosca le parole di magia, e rammenti le nostre
canzoni e leggende, sulla cintura di Väinämöinen,
sulla forgia di Ilmarinen, sulla spada di Kaukomieli,
sull’arco di Joukahainen: degli estremi confini
di Pohja, e sulle vaste terre di Kalevala”.
Nello stesso pantheon nordico la figura del bardo
o cantore magico era stimata e ben nota: nella
stretta cerchia dei terribili dèi di Asgard, ad
esempio, v’era Bragi, marito di Idun la dispensatrice
di immortalità, noto per la sua eloquenza e la
sua conoscenza di canti e versi. Tra i Tuatha
De Danann figurava invece Ogma, figura terrificante
capace di annientare interi eserciti solo intonando
dei canti magici. Tra i Vichinghi lo stesso Odino
era un mago che pronunciava potenti rune per compiere
prodigi di qualsiasi tipo: fermare una freccia
in volo, spegnere gli incendi, o rendere un’arma
infallibile.
Ma nella cultura celtica non mancavano figure
femminili di rilievo, ad esempio le Banfáith,
antiche profetesse celtiche che si riteneva che
parlassero al popolo in nome del dio Dagda. Come
i Bardi, anche le Banfáith erano trattate con
rispetto e ammirazione nella società celtica,
e spesso consultate come sagge consigliere. Ma
avevano anche il terribile potere della predizione,
e annunciavano gli eventi futuri cantandoli e
suonando l’arpa celtica.
I
terribili poteri del popolo celtico non si fermava
però alla magia dei bardi: anche i guerrieri,
infatti, avevano delle qualità sovrumane. Oltre
ai normali soldati o guerrieri, tra i celti v’erano
delle truppe d’Elìte, uomini addestrati ad usare
facoltà particolari per diventare invincibili
in battaglia. La stessa Historia Britannicum dei
romani narra come spesso i celti dell’estremo
nord andassero a combattere seminudi, senza scudi
e con terrificanti disegni e tatuaggi incisi sul
corpo. Queste erano solo alcune delle caratteristiche
dei guerrieri noti come Berserker (guerrieri-orso)
o Ulfhedinn (Guerrieri-lupo). Alcuni ritengono
che il loro nome derivi da “bear-sark” ossia “camicia
d’orso”, per via delle pelli di animali che indossavano.
La Ynglingasaga nordica li descrive “privi di
cotta di maglia o armatura vanno in battaglia,
solo coperti da pelli di animali, e si comportano
come cani selvaggi o lupi feroci”. Tali guerrieri
nel nord europa erano guerrieri sacri a Odhinn
e Thor, e la loro esistenza è confermata in età
storica attorno al 500 d.C. presso i reggenti
di Danimarca. Nella “Saga di Hrolf” si parla di
Bjarki, un eroe che combattendo per il re Hrolf
uccise da solo più avversari che tutti i suoi
soldati messi assieme. Sembra che i Berserker
avessero molte qualità magiche, e fossero in grado,
ad esempio, di rimanere nudi nella neve senza
sentire il freddo e anzi di scioglierla con il
loro calore corporeo (bear’s warmth). Erano invulnerabili
da qualsiasi arma, potevano vedere a distanza,
combattere per ore senza stancarsi e, più incredibile
che mai, potevano trasformarsi nel proprio animale
totemico o perlomeno dimostrarne le stesse caratteristiche
di ferocia e forza sovrumana. In realtà è riportato
che durante i combattimenti i Berserker montavano
in una furia combattiva disumana che sfiorava
la pazzia: sovente attaccavano indistintamente
amici e nemici. Alcuni ricercatori ritengono che
forse l’iniziazione prevedeva l’uso di potenti
droghe capaci di alterare il metabolismo del guerriero,
rendendolo temporaneamente molto forte, feroce
e insensibile al dolore delle ferite. Howard H.
Fabing nel suo “Going berserk: a neurochemical
inquiry” sospetta l’uso del fungo Amanita Muscaria
o qualcosa di simile per le pratiche iniziatiche
dei guerrieri nordici. Il folklore vuole invece
che fossero “invasi” dallo spirito dell’animale
stesso, o forse dallo spirito di un dio. Più incredibile
è l’apparizione, spesso riportata, di animali
come orsi o lupi nel corso di alcune battaglie
tra romani e celti, che combattevano a fianco
di quesi ultimi. Forse solo un caso, ma per i
celti si trattava di Berserker che si erano trasformati
in animale. Ultimamente qualcuno ha ipotizzato
che i Berserker, esperti anche in Stance, ossia
la meditazione nordica simile per alcuni versi
al Za Zen, si ponessero in trance e proiettassero
il loro corpo astrale dentro un animale del bosco,
diventando così capaci di guidarne i movimenti
a distanza. Quale che sia la verità, è probabile
che dietro alle più recenti leggende popolari
di licantropi riecheggi il vago ricordo dei terribili
guerrieri del lupo e dell’orso.
I TUATHA DE DANANN
L’idea del dio o della divinità che trova più
confortevole il bosco o la collina nuda senza
edifici ha lontane origini, si perde nella concezione
celtica del Sidhe. Il Sidhe o Sith è una collinetta
o grosso tumulo di terra che nel folklore celtico
è abitata dal Popolo Fatato, ovvero esseri immortali
che nella fantasia popolare si ricollegano ai
mitici Tuatha De Danann, il “Popolo della dea
Dana”. Dana, o Anu, era la dea madre tutelare
dei Tuatha, e tale fu considerata anche da tutto
il popolo celtico.
Il Leabhar Gabhála (Libro delle Invasioni) è il
più importante documento leggendario sulla antica
storia dei popoli irlandesi e gaelici. Scritto
nell’ 11° secolo, riprende più antiche narrazioni
orali e narra della creazione del mondo secondo
la mitologia celtica e dell’origine dei popoli
gaelici. Secondo la tradizione, i Tuatha de Danann
sbarcarono in Irlanda nel Connaught, il 1° maggio,
ossia nella festività del Beltane. “Con le loro
navi di fiamma che solcavano i cieli, talmente
grandi che oscurarono il sole per tre giorni,
approdarono su una montagna irlandese. Poi, col
favore della nebbia uscirono fuori dalle navi
e sbarcarono...” Secondo gli storici tale racconto
intende che, una volta sbarcati da altre terre,
i Tuatha semplicemente bruciarono le navi (le
navi di fiamma) perchè non intendevano tornare
da dove venivano, e la “nebbia” sarebbe forse
solo il fumo provocato dall’incendio delle navi.
Ma certo che rimane qualche interrogativo a proposito.
Erano davvero solo normali navi? Oppure i Tuatha
De Danann provenivano da molto più lontano di
quanto pensino gli studiosi attualmente? E gli
incredibili poteri e strumenti che aveva a disposizione
il “popolo fatato” erano solo frutto del mito?
Ad esempio, Diancecht, il dio della medicina dei
Tuatha, aveva un enorme calderone dalle incredibili
proprietà magiche. Immergendovi un ferito questo
ritornava sano in poche ore, e se ci si immergeva
addirittura un morto, questo ritornava in vita,
a patto che non gli fosse stata staccata la testa
o leso il midollo spinale. Questi dettagli danno
da pensare, e non poco: se era solo magia, perché
era importante la materia cerebrospinale? Ora,
grazia ai progressi medici, sappiamo che le cellule
umane si possono riformare da sole una volta danneggiate,
tutte tranne i neuroni, che si trovano appunto
in dette zone. Forse la tecnologia medica di Diancecht
si basava e potenziava questo principio di rigenerazione
cellulare, e ne possedeva le stesse limitazioni?
Ma allora si trattava di un calderone, o più genericamente
di un contenitore di acciaio con all’interno una
particolare sostanza chimica rigenerativa?
Altri
strani poteri erano narrati dalle leggende. Ogma,
il combattente per eccellenza dei Tuatha, era
debole, fisicamente inconsistente e anche in età
avanzata. Eppure riusciva a vincere molti avversari
in battaglia, con la sua clava e i suoi canti.
Una antica incisione lo mostra mentre una catena
esce dalla sua lingua, terminando in più capi
che imprigionano i suoi avversari per le orecchie.
Alcuni studiosi ritengono che Ogma – fautore tra
l’altro dell’omonimo alfabeto ogamico – fosse
in realtà un bardo, un incantatore la cui vera
forza risiedeva nella capacità di ammaliare le
menti altrui.
Lugh, il dio della luce solare, eccelleva in ogni
arte: dal combattimento alla poesia, al giudizio
in pace come all’abilità in battaglia, nella quale
si faceva valere grazie all’uso della lancia incantata
proveniente da Gorias. Invece la Morrigan, terribile
e oscura dea della guerra, incitava i soldati
alla battaglia con i suoi canti portentosi, e
sorvolava in forma di corvo i luoghi dello scontro.
Mannanan mc Lyr, il dio del mare celtico, aveva
un carro che correva nel cielo valicando l’oceano
da costa a costa, non dissimilmente da Freyr,
dio vichingo a cui venne donato Gullinbursti,
un cinghiale dalle setole d’oro che si poteva
cavalcare, e che “corre notte e giorno per le
vie del cielo e della Terra e sulle onde del mare,
meglio di ogni altro corsiero... ovunque andrà,
nella notte più fonda o nei mondi di tenebra,
potrà sempre vedere innanzi a sè e si lascerà
alle spalle una scia luminosa, poiché le sue setole
d’oro irradieranno luce risplendendo nel buio”.
Il più grande tra gli dei celti era probabilmente
Dagda, supremo capo del popolo della dea Dana
e padre della dea Brigid. Suoi nipoti erano i
re MacCuill, MacCehct e MacGrené, e tra i suoi
appellativi v’erano “mitico dio della saggezza”
e “Grande Padre”. È stato spesso associato al
druidismo, suoi attributi erano il magico calderone
dei Tuatha e la terribile clava da combattimento,
entrambi importanti simboli religiosi della religione
celtica.
Cernunnos
era il dio della fertilità e dei sacrifici, guardiano
del mondo sotterraneo e protettore degli animali.
Come viene raffigurato nel calderone di Gundestrup
(secondo secolo d.C.) è in posa meditativa simile
allo Yoga (stance), e ha in mano un torch (collare
sacro dei celti indicante un rango nobile) e un
serpente. Tale figura ha confermato presso gli
studiosi le similitudini tra le funzioni sacrali
celtiche e quelle induiste.
Govannon era il fabbro dei Tuatha e come l’Efesto
ellenico fabbricava armi di terribile potenza
e precisione. Le armi dei Tuatha erano speciali
e non mancavano mai il bersaglio, quasi fossero
“teleguidate”. Va citata la leggendaria Gae Bolga,
terribile arma dell’eroe Cuchullain. Consisteva
in un giavellotto molto pesante che il titanico
eroe – metà Fomoro metà Tuatha – era capace di
lanciare col piede. Tale giavellotto era formato
da una punta di cinque lame, che si allargavano
a stella una volta che entravano nel corpo dell’avversario.
A quel punto era impossibile estrarre la lancia
senza squartare il malcapitato. Si narra che la
violenza della Gae Bolga era tale che poteva penetrare
5 uomini di fila e trapassarne scudi e corazze
d’acciaio. Ma che cos’era davvero quest’arma terrificante?
Cuchullain stesso aveva delle caratteristiche
a dir poco non umane: i testi antichi lo descrivono
con “sette pupille in ciascun occhio, sette dita
in ciascuna mano e piede. Le sue guance erano
striate di giallo, verde, blu e rosso, e i suoi
capelli erano neri alla radice e si schiarivano
fino a diventare biondi in cima. Aveva centinaia
di collane d’oro che gli scendevano sul petto,
e se in tempo di pace era ammirato per la sua
bellezza, in guerra terrorizzava i nemici: la
pelle si ribaltava da dentro e diventava tutta
rossa, le giunture gli si rovesciavano al contrario,
i capelli si drizzavano e ad ogni ciocca si accendeva
una fiamma, un getto di fiamme gli usciva dalla
bocca e un flusso di sangue nero fuoriusciva dalla
sommità del suo capo. Uno dei due occhi si rimpiccioliva
mentre l’altro si estrudeva, e sulla fronte gli
appariva la ‘luna dell’eroe’. La sua frenesia
guerriera era tale che andava immerso di seguito
in tre catini pieni di acqua ghiacciata prima
di riportarlo alla temperatura normale”. Tali
caratteristiche terrificanti, incluso il flusso
di sangue dalla testa e il simbolo lunare sulla
fronte fanno pensare a tratti tipici di divinità
induiste come Siva o Kali, ma nel contempo altri
elementi – come l’eptadattilismo e il numero di
pupille – potrebbero confermare le origini decisamente
non terrestri del buon Cuchullain.
LE QUATTRO CITTA' FANTASTICHE
I Tuatha De Danann, stando al mito, provenivano
originalmente da quattro grandi città: Falias, Murias,
Gorias, Finlas. Da ognuno di questi reami avevano
portato con sè un oggetto incantato: da Falias la
Pietra di Fal, che urlava se un autentico successore
al trono d’Irlanda ci si sedeva sopra. Da Murias
il Calderone di Dagda che forniva infinite scorte
di cibi e vivande; da Finlas la spada appartenente
a Nuada Braccio d’Argento capace di infliggere colpi
mortali ad ogni fendente, e da Gorias infine la
Lancia di Lugh lungobraccio che non mancava mai
il bersaglio una volta lanciata.
Dalle quattro città fatate erano giunti anche dei
potenti maghi: Morfesa era giunto da Falias; Esras
proveniva da Gorias; Uiscias era di Findias e Semias
era nativo di Murias.
Alcuni nomi ci suonano familiari, specie quello
di Semias che ricorda non poco Semeyaza, l’angelo
caduto delle tradizioni ebraiche. E Murias, potrebbe
essere forse un termine derivato da Mu o Lemuria?
Queste città erano forse dei posti sulla Terra,
come Atlantide e Mu, o forse erano addirittura luoghi
celesti? La stesso nome della dea Dana ci fa sorgere
altri sospetti. Dana o Anu o Don era la dea madre
divina dei celti, nume associato col cielo e le
stelle. Nei paesi celti si indicava la costellazione
di Cassiopea col nome “Llys Don”, ossia la corte
di Don o Dana. È solo folklore o forse i Tuatha
avevano detto agli Irlandesi quale era la loro stella
di provenienza?
Di certo i Tuatha non vennero accolti a braccia
aperte dai precedenti abitanti dell’isola, I terribili
Fir Bolg: giganteschi, ottimi guerrieri e dotati
anch’essi di virtù magiche, avevano un solo occhio
aperto e l’altro chiuso. Dopo alcuni infruttuosi
negoziati, si entrò in conflitto aperto, ma i Fir
Bolg ebbero la peggio. Diederò però tante e tali
prove di coraggio che i Tuatha gli lasciarono volentieri
il Connaught, prendendosi per sè il resto d’Irlanda.
Il re dei Tuatha, Nuada, perse il braccio combattendo
i Fir Bolg. Incapace di combattere, non poteva più
essere il comandante e capo dei Tuatha, e come regnante
venne sostituito da Breas (che era in parte Formoriano).
Breas regnò per sette anni i Tuatha, ma nel frattemo
I Fomori, un’altra razza, era sbarcata in massa
sulle coste Irlandesi. Nei negoziati tra Tuatha
e Fomori re Bras favoriva sempre questi ultimi dato
che gli erano parenti, e presto il malumore serpeggiò
tra il popolo della dea Dana. Il trono gli venne
tolto e tornò a Nuada, al quale nel frattempo il
dio della medicina Diancecht aveva fatto un nuovo
braccio, con l’argento, che funzionava perfettamente
come quello che aveva prima. Sorge il dubbio che
il buon Diancecht fosse più di un semplice medico,
e il braccio metallico di Nuada a qualcuno potrebbe
ricordare le protesi bioniche di Steve Austin!
Sia come sia, Breas ormai non più re torna piangendo
dal padre Fomoro. Scoppia la battaglia tra gli ormai
stanziali Tuatha e i nuovi invasori Fomori. Le leggende
dicono che si svolse a Moytura, nella regione di
Sligo. I Tuatha vinsero anche questa dura battaglia,
e i Fomori vennero sconfitti una volta per tutte
in Irlanda. Tuttavia Nuada perse la vita nello scontro,
e quello che più si distinse per eroismo nella battaglia,
Lugh, divenne il nuovo re.
Anni dopo fu invece Dagda a diventare re, e a Dagda
successero i suoi tre nipoti MacCuill, MacCehct
e MacGrené. Durante il regno dei tre nipoti, avvenne
un’altra invasione dell’isola verde da parte dei
Milesi, o figli di Mil, che vengono considerati
i veri antenati degli irlandesi. Questa volta i
Tuatha, ormai indeboliti e sparsi per l’isola, senza
più i valorosi condottieri divini di una volta,
vennero sconfitti. I Milesi gli permisero di restare
in Irlanda, ma solo nei Sidhe, nel sottosuolo. Da
quel momento in poi la loro esistenza si permea
di leggenda, e le loro tracce si perdono nelle nebbie
del mito: di loro si parlerà solo come del popolo
fatato, compagni immortali di faeryes, leprechaun
e banshee. Solo la notte del tra il 31 ottobre e
il 1° novembre, per le poche ore che le tenebre
concedono, le porte dei Sidhe si riaprono, e i Tuatha
si riaffacciano al mondo. Pochi hanno il privilegio
di vederli, e narra la leggenda che chi si mette
a danzare e a gioire con il popolo fatato, ne rimane
incantato a tal punto da decidere di rimanere con
loro nel Sidhe e non tornare più. Dove siano le
entrate del mondo sotterraneo lo sanno solo gli
alberi, le rocce e la verde erba d’Irlanda, ma è
un segreto che non riveleranno mai.
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Pablo
Ayo |
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