L'APOCALISSE DI ENOCH
Questo viaggio inizia in una valle a sud ovest di Gerusalemme, la valle di Hinnom (ebraico: gệhinnōm) nella quale avevano luogo i sacrifici all’antica divinità Moloch.
Nel II sec. a.C. nacque l’dea che la valle di Hinnom fosse anche il luogo dell’inferno il cui nome, Geena, è attestato nel Nuovo Testamento nelle parole di Gesù ad indicare un escatologico inferno di fuoco.
Questa valle, passando a Sud-Est di Gerusalemme, sfuma nella pianura del Cedron (oggi wādi er-rābabi) il cui torrente, il wadi chiamato Cedron, separa la città dal Monte degli Ulivi, luogo dell’agonia e dell’arresto di Gesù, e procede per sfociare nel Mar Morto a sud di Qumran. Questa vasta area, ideologicamente unita dalla morte, dalla pena post terrena e dalla attesa escatologica, è stata teatro della scoperta, a partire dal 1947, di antichi manoscritti conservati nelle grotte di Qumran, manoscritti che hanno riportato alla luce l’esistenza di una società religiosa che si definisce ora come la comunità, ora come la congregazione degli eletti, dei puri, dei figli della luce.
Nonostante si sia spesso identificato questo gruppo con i sadducei, i farisei, i giudeo-cristiani, oggi la maggioranza degli studiosi si pronuncia a favore dell’ipotesi essena, comunità/setta guidata da un Maestro di Giustizia che probabilmente ne fu l’ispiratore e in gran parte il legislatore. Rincorrendo l’ideale di una rinascita spirituale poggiante su una scrupolosa pratica della Legge, il Maestro di giustizia entrò in conflitto con la corrotta e perversa dinastia asmonea (rappresentata dalla figura del Sacerdote Empio) e, torturato ed esiliato, si sarebbe rifugiato con i fratelli nella solitudine di Qumran presso la riva nord-ovest del Mar Morto.
Durante l’insurrezione del 66-70, prima rivolta giudaica alimentata dalla speranza escatologica e accentuata dalla dominazione nemica in Terra Santa, i romani conquistarono Gerico e subito dopo distrussero le costruzioni di Qumran. Prima di disperdersi o lasciarsi massacrare, i membri della comunità nascosero nelle grotte la loro preziosissima biblioteca non lasciando di sé altra traccia. Fin qui la storia.
Tutto il resto appartiene all’esegesi, alle connessioni, alla ricerca e alla poesia.
I testi di Qumran
Solo nelle undici grotte di Qumran (la precisazione é d’obbligo in quanto ci sono stati altri ritrovamenti in varie località intorno al Mar Morto e a volte si indicano erroneamente i manoscritti di Qumran come i manoscritti del Mar Morto) complessivamente sono stati trovati i frammenti di circa ottocento manoscritti la cui catalogazione non è stata affatto semplice dato il carattere di frammentarietà dei ritrovamenti e date le continue scoperte proseguite fino al 1956.
A tutto questo si deve aggiungere il fatto che questi rotoli (e parliamo solo dei primi rotoli!) sono passati di mano in mano: dai beduini, ai mercanti, agli antiquari fino ad arrivare all’Università ebraica di Gerusalemme che ne trattò l’acquisto per la Biblioteca dell’Università.
Una piccola curiosità: sembra che le trattative si siano svolte il 29 novembre 1947 il giorno nel quale l’ONU votò la risoluzione sulla divisione della Palestina per la costituzione dello stato di Israele.
Gli autori dei testi ritrovati nelle grotte di Qumran, ad eccezione di qualche scritto anonimo, si celano generalmente sotto il patrocinio di personalità conosciute dai libri biblici: Enoch, Noè, Abramo e gli altri patriarchi, Levi e la sua discendenza fino a Mosè, Davide e Salomone, i profeti.
Per una visione generale, posta la presenza di testi differenti da quelli massoretici (le scritture rabbiniche) che quindi si rifanno a testi ad essi precedenti o, al contrario, posta la presenza di testi vicini ad essi e alla versione dei Settanta (la Bibbia in lingua greca tradotta dall’ebraico dai 70 saggi ad Alessandria d’Egitto) o vicini ad un targum (una generica “traduzione”) a testimonianza che il testo Massoretico era già fissato agli albori dell’era cristiana, una generica suddivisione può essere la seguente:
- racconti più o meno inframmezzati da leggende;
- istruzioni in forma “sentenziosa”;
- testi poetici
- apocalissi
Nel complesso troviamo numerose copie di tutti gli scritti della Bibbia ebraica (tranne Ester e Neemia), oltre a commentari e a materiale diverso da quello che si conosceva prima di Qumran, quasi una Bibbia riscritta, parallela o precedente quella canonica.
Tutti questi scritti offrono la visione non solo di una comunità fortemente gerarchizzata, integralista e severa, come si legge in Regole della comunità, Regole della guerra, Inni e Preghiere ma soprattutto offrono l’immagine di un vigoroso teocentrismo e una suggestiva escatologia espressa nella letteratura apocalittica che trova il suo rappresentante più prezioso nel profeta Enoch, il “rapito da Dio” (Gen 5,24).
Enoch era il “profeta” per eccellenza, depositario dei segreti divini. La sua leggenda si era progressivamente fortificata a contatto con i miti babilonesi che i giudei della diaspora orientale conoscevano. Enoch era infatti il settimo patriarca antidiluviano proprio come Emmeduranki, il settimo re delle leggende babilonesi, rivelatore dei segreti divini.
Profeta apocalittico, dunque.
La rivelazione dell'Apocalisse
Il termine “apocalisse” pur rimandando a visioni terribili e imminenti catastrofi, in realtà deriva dal termine greco apo-kalyptein , il latino re-velare che è semplicemente “rivelazione”.
Gli scritti apocalittici giudaici sono da collocarsi nella storia dei grandi mutamenti politici e culturali verificatisi nel periodo intertestamentario. E parliamo di un arco di tempo che va dal 200 a.C. al 100 d. C. Del resto, la rivolta del 66 che portò alla distruzione di Qumran, era nata in un’atmosfera di esaltazione escatologica promossa da quel “resto” di Israele che credeva che nel 66 fosse giunto il giorno di Jahveh. La speranza era che Dio avrebbe combattuto a fianco del suo popolo. Era questo il segreto della rivelazione.
Generalmente, i profeti apocalittici riflettono un’esperienza personale e universale insieme, rivelano ciò che hanno visto o udito attraverso sogni o visioni (Nel Libro delle verità, Enoch racconta quanto ha letto nelle tavolette celesti) e adoperano un linguaggio simbolico esoterico i cui significanti sono astri, pianeti, creature angeliche o mostruose e naturalmente i numeri. L’uso del simbolo opera in modo tale da staccare le apocalissi dal contesto storico -che in realtà le ha generate- ma soprattutto le colloca in un tempo indatabile, (l’attesa e la preparazione sono aspetti fondamentali dei racconti apocalittici) e“aggiornabili”(nell’Apocalisse delle settimane di Enoch, la storia si divide in dieci generazioni). Passato, presente e futuro si collocano, indistinguibili, in una concezione unitaria della storia che volge ad una conclusione definitiva, nella definitiva lotta tra il bene e il male.
Chi avrebbe avuto il compito di instaurare il regno divino?
Il "Maestro di Giustizia"
Sull’identità del “Messia” o del “Figlio dell’uomo”, del “Maestro di giustizia” tanto si è scritto e molti sono i parallelismi tracciati tra numerose espressioni dei rotoli e il Nuovo Testamento. Suggestiva è l’ipotesi che le credenze combattute da san Paolo a Colossi (Col 2,16-17) potessero avere qualche rapporto con gli esseni di Qumran, presupponendo la sopravvivenza della comunità dopo il 70 confluita poi nella corrente gnostica.
Al centro della letteratura enochita ritrovata a Qumran, si pone una sorta di Pentateuco comprendente il Libro astronomico, il Libro dei vegliatori, il Libro dei sogni, l’Epistola di Enoch (nella quale è inserita l’Apocalisse delle settimane) e il Libro dei giganti. Questo corpus è di grande importanza teologica anche o soprattutto per i parallelismi con il Nuovo Testamento.
Partendo da confronti teologici ed esegetici a volte azzardati, per molti il movimento suscitato da Gesù ha proprio con gli esseni di Qumran sorprendenti comunanze.
C’è una precisazione che intendo fare: gli ebrei scrivevano per gli ebrei su un ebreo ed è un'ovvia conclusione che gli ebrei di Qumran, gli esseni, fossero particolarmente interessati a questi documenti. Non dimentichiamo mai che essi stessi stavano aspettando l'avvento degli ultimi giorni. Gli esseni dovevano aver studiato i documenti di un movimento messianico rivale, un movimento, in seguito chiamato dei cristiani, che affermava che il Messia era giunto e che era Gesù di Nazareth. La presenza di termini quasi unici nel N.T. ha fatto pensare a qualche studioso proprio alla ripresa e rielaborazione dei testi esseni, come le espressioni “ I poveri in spirito”, “I figli della luce”, espressioni che fuori dal N.T. sono presenti solo in fonti rabbiniche posteriori…
E questo emerge chiaramente dalla presenza di termini ben precisi, come ad esempio il significato della peculiare espressione “Figlio dell’uomo” che nei vangeli non viene spiegato, presupponendolo come noto, non coniato da Gesù. Da dove viene allora? La prima precisazione da fare è che l’annuncio del regno di Dio era la parola d’ordine dell’attesa escatologica invece “l’uomo” sembra essere il motto di una escatologia esoterica che trova la propria dimora tra gli esseni e in particolare nella letteratura apocalittica di Daniele e soprattutto di Enoch.
Nella visione di Daniele quattro mostruosi animali precedono l’apparizione di un quinto essere “simile al Figlio dell’Uomo” il cui regno non sarà mai distrutto. Abbandonando l’interpretazione collettiva e nazionalistica (il Figlio dell’uomo come regno dei giusti e personificazione di Israele rinnovato) l’Uomo diviene in Enoch (Libro delle Parabole)“il Redentore”, colui che sarà “luce dei popoli e speranza dei tribolati”, fino ad identificarsi con Enoch stesso ritornato dall’al di là. In una salvifica ed universale epifania che presuppone un precedente movimento (il rapimento di Dio) dal basso all’alto: l’assunzione al cielo (Libro dei segreti di Enoch). E i casi di assunzione al cielo in carne conosciuti dalla letteratura neotestamentaria, sono fenomeni rari riassumibili nei due segnalati nel Libro dei segreti: Mosè ed Enoch stesso. In più ha sempre fatto riflettere il fatto che del “Figlio dell’Uomo” Gesù parli sempre in terza persona, quasi a volere indicare un salvatore di cui egli stesso attendeva la venuta. Naturalmente per la teologia cristiana, la spiegazione sarebbe nel fatto che Gesù non distingue tra due persone, ma solo tra due “momenti”, due condizioni, l’attuale e quella della futura gloria in una chiesa universale. Si noti anche che solo in due passi dei Vangeli ricorre la parola ecclesìa, solo in Matteo e con diverso significato: quello di comunità particolare (“…se tuo fratello ha mancato contro di te…dillo alla tua Chiesa…” Mt. 18,17) e quello di chiesa universale (“…tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”Mt. 16,18). A parere di molti, questo è un preciso riferimento all’edificazione della comunità così come si legge nei manoscritti di Qumran: “Dio ha posto il Maestro di Giustizia perché edifichi una comunità…”. Oggi si è propensi a credere che il Libro delle parabole di Enoch, sebbene sia un’opera teologicamente suggestiva, in realtà sia un piccolo rompicapo: chi credeva in Enoch, bisnonno di Noè, disponeva di un “rivelazione” più autorevole di quella di Mosè ma il Libro delle Parabole è un libro fortemente cristianizzato (in nessun altro manoscritto di Qumran si attesta la presenza di parabole) probabilmente composto nel III secolo della nostra era. Eppure non vi è la minima allusione alla morte del Cristo, anche se l’archeologo padre Bargil Pixner, basandosi sui manoscritti di Qumran, ha affermato di avere identificato il nome di Gesù (appellandolo come Yeshu in modo analogo a quanto avviene nelle Toledot ebraiche, testi polemici medievali) che proverebbe una conoscenza diretta di Gesù da parte degli esseni qumraniani trasformatisi poi in giudeo-cristiani. L’archeologo affermava anche di avere identificato il luogo dell'ultima cena divenuto poi il posto dove fu edificata la prima sinagoga giudeo-cristiana successivamente ed erroneamente associata alla Tomba di Davide. Lo scopo o il risultato di queste affermazioni era quello di dimostrare che il “copione” dei Vangeli fu scritto a Qumran.
Per tornare ad Enoch: mentre le chiese cristiane tanto in Oriente quanto in Occidente eliminavano il Libro di Enoch considerandolo apocrifo, la chiesa d’Etiopia, rimasta isolata dal resto del cristianesimo, continuò a considerarlo testo canonico perché testo rivelato.
L’esclusione di Enoch dalla letteratura canonica darebbe ragione a quanti parlano di “congiure” ordite dal Vaticano dopo le scoperte di Qumran (Michael Baigent e Richard Leigh, Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo, Milano, 1997).
Enoch e l'Arcangelo Michele, simboli solari
Esiste infatti, una serie infinita di ipotesi più o meno forzate, più o meno suggestive che partendo dall’esame dei termini cui abbiamo anche se superficialmente accennato sopra, collegano insieme, in una visione che sinceramente ben poca attinenza sembra avere con il significato autentico di rivelazione, gli elementi più disparati: si esamina, ad esempio, la nota visione di Papa Leone XIII, il 13 ottobre 1884 nella quale gli fu predetta la distruzione della Chiesa cattolica in un periodo dai 75 ai 100 anni a venire, cioè tra il 1959 e il 1984 circa, una visione che portò successivamente il Concilio Vaticano II a sopprimere nell’istruzione “Inter oecumenici” n°48, il salmo 42 ad inizio messa, salmo che era una sorta di esorcismo, fu eliminata la preghiera-esorcismo scritta da Leone XIII contro satana e gli angeli ribelli nella quale ci si affidava a S. Michele Arcangelo, e fu eliminato dal Confiteor ogni riferimento all’Arcangelo Michele quale egregio nostro protettore proprio in virtù della sua presenza nel Libro di Enoch Etiopico dove l’Arcangelo è descritto alla testa degli angeli che lottano contro il demonio in forma di drago.
Naturalmente, al di là del culto cristiano in onore dell’arcangelo Michele, questo tentativo di occultamento si comprende anche se consideriamo il fatto che proprio a questo arcangelo erano legate alcune bizzarre teorie diffuse già nell’ottocento in base alle quali Dio e l’Arcangelo Michele sarebbero stati (proprio in virtù dei testi enochiani) i primi Grandi Maestri della prima loggia della Massoneria, rappresentando entrambi astrologicamente i simboli del sole! C’era bene da preoccuparsi…
E a proposito di astrologia: nel I secolo della nostra era si faceva uso in Palestina di due calendari liturgici: l’uno “ufficiale” basato sui 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni (anno di 354 giorni con un mese intercalare) e l’altro solare, con mesi di 30 giorni e un giorno intercalare ogni trimestre (anno di 364 giorni, perfettamente divisibili per 7 cioè 52 settimane esatte) così le feste sarebbero cadute sempre lo stesso giorno della settimana, la pasqua di mercoledì, la pentecoste di domenica…questo era il calendario usato a Qumran. Questa particolare scelta assicurava agli esseni di Qumran la possibilità di evitare che le feste principali cadessero di sabato. Lo sfasamento di circa un giorno rispetto all’anno solare vero e proprio era conosciuto ma non corretto.
La prima curiosità è che Enoch sarebbe stato rapito in cielo nel 365° giorno della sua vita rappresentando così anche la trasformazione in personaggio biblico di un’antica divinità solare (ecco probabilmente l’origine delle teorie massoniche ) e tra l’altro, cabalisticamente il valore numerico del nome Enoch significherebbe: la Terra (3) animata da (6) lo Spirito di vita (5).
E’ anche da notare che presso gli esseni di Qumran lo Spirito, come si legge negli inni di lode, era inteso come ininterrotto possesso della comunità quale vero popolo di Dio.
Ma torniamo al calendario solare. A parte le innegabili attrattive sul piano della speculazione numerica, questa suddivisione del tempo ha aperto nuove indagini sulla cronologia della passione e la data dell’ultima cena di Gesù che come è espressa nei Sinottici, dimostrerebbe la conoscenza del calendario seguito dagli esseni, ma in particolar modo l’uso del calendario solare è da collegarsi al fenomeno della precessione degli equinozi.
La precessione degli equinozi, scoperta da Ipparco intorno al 130 a. C. è un movimento della terra che fa cambiare lentamente ma in modo continuo l’orientamento del suo asse di rotazione rispetto alla ideale sfera delle stelle fisse, a causa di una combinazione di vari fattori come la forma non perfettamente sferica della terra, e le forze gravitazionali della luna e del sole.
Ebbene, il sole precessionale percorre un grado d’arco in 72 anni, e il numero 72 è un numero particolare: non sol rimanda alla somma del tetragramma che esprime il nome di Dio, ma, per tornare a Qumran, è servito a quanti hanno voluto, forzatamente o meno, inseguire la strada di uno stretto rapporto tra gli esseni e i testi della Bibbia canonica. Un esempio per tutti:
Nei Numeri (11:24/30) si legge di quando lo Spirito di Dio si posa sui 70 anziani.
In realtà oltre ai 70, altri due uomini rimasero lontani dal gruppo, pur ricevendo lo Spirito come gli altri. I 70 più 2 anziani (la parola “anziano” rimanda al tempo) intorno alla tenda, indicherebbero proprio il fenomeno della precessione degli equinozi…e così via, fino ad arrivare al circolo zodiacale rappresentato dalle 12 tribù di Israele e poi dai 12 apostoli…
Ma possiamo anche andare oltre. Quando Enoch parla dei veglianti o vegliatori racconta di angeli decaduti, responsabili della corruzione della terra prima del diluvio, avendo generato dall’unione con donne terrestri, i malvagi Giganti. C’è chi ha sottolineato come la parola “vegliante” corrisponda, nel testo ebraico originale, a “nephilim”, ai “giganti sulla terra” (Gen. 6,4) per arrivare a teorie come quelle espresse ne Il pianeta degli dei (Zecharia Sitchen, Il pianeta degli dei, ed. Piemme, 1998) sull’esistenza di un altro pianeta nel sistema solare i cui abitanti arrivarono a visitare la terra mezzo milione di anni or sono…
Certo, l’ipotesi è una condizione necessaria del ragionamento, ma fino a che punto dovrebbe esserlo della fede?
Questo viaggio era partito dalla valle di Hinnom e ci ha portato a guardare le stelle…
Perché gli uomini guardano sempre le stelle? E’ perché sperano in una vita migliore oppure è perché sanno che essa esiste, oltre?
Platone, nel mito di Er (ultimo libro della Repubblica) narra che le anime provengono da vite precedenti e soggiornano in una sorta di aldilà. Esse scelgono la propria vita, prima di tornare in terra ma in realtà è la dea Ananke, o Necessità, a stabilire che la sorte scelta dall’anima è necessaria, perché tutte possano avere un destino da compiere.
Guardare le stelle è forse nostalgia di una vita passata?
E ci sono uomini che hanno sempre saputo?
O solo uomini che hanno sempre sognato?
ANTONELLA CAVUOTO